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DAL SALICE ALL’ASPIRINA

Il salice è un albero diffuso in tutte le regioni fredde e temperate dell’emisfero settentrionale e noto fin dall’antichità per i suoi molteplici utilizzi: un esempio tra tutti, il salice produce vimine, un materiale impiegato da millenni per la costruzione di oggetti di uso quotidiano come cesti, scope o sedie; la corteccia di salice è invece un materiale utilissimo che in antichità ha trovato applicazioni in ogni campo, dall’accensione del fuoco alla costruzione di canoe.

Ciò che rese il salice fondamentale per la sopravvivenza dei nostri antenati sono le sue proprietà medicinali: la linfa e la corteccia di salice sono infatti ricche di acido salicilico, un composto noto come blando antidolorifico e un buon antinfiammatorio.

Sicuramente raffreddori, dolori e febbri varie erano un bel problema anche per gli antichi Egizi, perché in un’epoca in cui antibiotici e vaccini erano ancora lontanissimi, una febbre troppo alta poteva portare alla morte; qualcuno, però, si accorse che riducendo in poltiglia le foglie di un albero, il Salix Alba, comunemente noto come Salice Bianco o Salice Piangente, era possibile abbassare la febbre e curare i gonfiori.Le foglie e la corteccia del salice sono anche citati in antichi testi medici egizi, come il papiro Edwin Smith.

 Circa 400 anni prima di Cristo, il medico greco Ippocrate si accorse che le foglie del Salice avevano proprietà analgesiche e antipiretiche e le raccomandò alle donne per alleviare i dolori del parto.

Nel medioevo, le venditrici di erbe aromatiche e medicinali somministravano il decotto della corteccia di salice in persone affette da dolore, per abbassare la febbre; sono stati persino inclusi nella farmacopea tedesca.

ma la storia moderna dell’acido salicilico inizia nel 1763 quando il reverendo Edward Stone riferì alla Società Reale di Londra che l’estratto della corteccia di salice si rivelava molto efficace per curare le affezioni febbrili, in particolare nella malaria.condusse un esperimento sorprendentemente moderno e scientifico per l’epoca.

In quel periodo andava per la maggiore la Teoria delle Signature: si credeva, cioè, che il rimedio dovesse assomigliare in qualche modo alla malattia, ad esempio per un male che colpiva lo stomaco, la pianta adatta a curarlo doveva avere una forma che ricordasse l’organo in questione il più possibile.

Basandosi su queste credenze, Stone pensò che la corteccia di Salice, una pianta che cresceva in prossimità di zone paludose, potesse curare una febbre simile alla malaria che aveva colpito molte persone che vivevano proprio in quelle zone, e che potesse avere un effetto simile a quello della corteccia di Cinchona, una pianta già usata per abbassare la febbre, ma molto più costosa.

Preparò, quindi, delle dosi di corteccia di Salice essiccata scelte empiricamente e le somministrò a 50 pazienti ogni quattro ore, documentando il tutto scrupolosamente.

I risultati ottenuti furono talmente buoni che Stone li riportò alla Royal Society di Londra, che però non fece altro che prendere atto del fatto che con questo rimedio la febbre malarica era migliorata.

Gli esperimenti di Stone furono ripresi e convalidati dal Samuel James nel 1792 che raccolse moltissimi dati e informazioni ( che furono utilissimi, in seguito,alla Bayer)1

La scienza andò avanti e nel 1825 il chimico italiano Francesco Fontana isolò per la prima volta la Salicina dal Salice Bianco ; nel 1828 il tedesco  Johann Buchner estrasse dalla corteccia i cristalli amari di Salicina e nel giro di dieci anni chimici francesi erano riusciti a sintetizzare l’Acido Salicilico, notando che era un derivato migliore rispetto alla Salicina stessa, e la cui struttura fu poi identificata da Frederic Kolbe nel 1859.

Insomma, l’Acido Salicilico era ormai disponibile, ma il suo sapore amaro ed effetti collaterali, in particolare il vomito, ne avevano limitato grandemente l’uso.

Dovette intervenire un ambito della chimica apparentemente del tutto slegato dal contesto farmaceutico per portare avanti la storia: l’industria dei coloranti.

Nella seconda metà dell’ottocento, l’industria legata allo sviluppo dei coloranti di sintesi era in grande crescita e moltissimi chimici lavoravano allo sviluppo di nuove molecole organiche modificando quelle già esistenti, e in particolare furono i primi a proteggere queste scoperte tramite brevetti.

La Bayer, azienda tedesca leader nel settore, decise di espandere le proprie aree di interesse anche nell’ambito farmaceutico, utilizzando come base su cui partire il gran numero di molecole che si producevano come sottoprodotti nelle sintesi dei coloranti.

Assunse, quindi, il chimico Felix Hoffman, il quale era mosso anche da interessi piuttosto personali: suo padre era infatti anziano e soffriva di artrite, ma non poteva più prendere l’Acido Salicilico a causa dei forti effetti collaterali. 

Hoffman modificò l’Acido Salicilico attraverso una reazione di acetilazione e ottenne l’Acido Acetilsalicilico:

Somministrò la nuova molecola ottenuta prima a se stesso e poi a suo padre, riportando effetti più che positivi, che condussero la Bayer a testare il prodotto tramite test clinici, in cui si poté notare scientificamente un miglioramento rispetto all’Acido Salicilico usato precedentemente.

Nel 1899 la Bayer mise in commercio il nuovo farmaco con il nome di Aspirina, dalla pianta Osmaria da cui estraevano la Salicina.

Corteccia di salice

Non tutti i salici accumulano sufficiente salicina in quantità tali da risultare terapeutiche: i salici più giovani ne contengono quantità minuscole e la concentrazione di salicina tende a variare fortemente da albero ad albero.

Chimicamente parlando è un β-glucoside, cioè una molecola costituita da uno zucchero legato (in quella che viene chiamata posizione β) con un’altra molecola, in questo caso l’anello aromatico della Saligenina. Non si trova solo nella corteccia del Salice, ma anche nella Viola e soprattutto nell’Olmaria, una pianta della famiglia delle Rosacee.

La Salicina è quella che viene definito un profarmaco, cioè nel nostro organismo non agisce come salicina, ma subisce delle modificazioni chimiche, infatti viene trasformata in Acido Salicilico, ed è questo ad avere la funzione farmacologica e a diventare famoso con il suo nome commerciale: Aspirina.

I ricercatori che hanno studiato approfonditamente la salicina ritengono che le sole proprietà dell’acido salicilico non siano sufficienti a giustificare tutte le proprietà medicinali della linfa dei salici.

E’ possibile che gli effetti dell’acido salicilico siano amplificati dalla presenza di flavonoidi e polifenoli dotati di proprietà antiossidanti e antisettiche: alcuni studi dimostrerebbero come la corteccia di salice sia più efficace dell’aspirina per combattere il dolore e infiammazioni, anche a dosi molto minori rispetto al farmaco.

Come moltissime sostanze naturali, la salicina può avere anche effetti collaterali, che generalmente tendono ad essere di lieve entità. Occorre tuttavia considerare che la corteccia di salice altro non è che una forma “impura” di aspirina e può potenzialmente provocare ulcere, nausea, vomito, sanguinamento dello stomaco e problemi renali nel caso di reazioni avverse (per condizioni pre-esistenti o altre ragioni) o allergiche.

La corteccia di salice contiene una discreta dose di tannini, sufficiente per l’impiego come cicatrizzante o per la concia della pelle. Gli stessi tannini possono tuttavia essere indigesti e provocare reazioni collaterali spiacevoli.

E’ inoltre sconsigliata la somministrazione ai minori di 16-18 anni in quanto potrebbe causare, come per l’aspirina, l’insorgenza di una malattia rara ma potenzialmente fatale chiamata Sindrome di Reye. 

Forse attraverso una serie di tentativi spesso fallimentari, i nostri antenati giunsero alla conclusione (dimostrata millenni dopo dalla scienza) che 2-3 grammi di corteccia di salice secca sono la dose giornaliera appropriata per ridurre al minimo gli effetti negativi nella maggior parte dei casi e trarre beneficio dalle proprietà medicinali della salicina.

Questo dosaggio corrisponde a circa 60-120 mg di salicina, sufficiente ad ottenere gli stessi effetti di un’aspirina.

I nostri antenati utilizzavano la corteccia di salice preparandola in questo modo:

  • Identificare un salice adulto. Salice nero e bianco sono ideali per la loro corteccia ricca di salicina;
  • Incidere un rettangolo nella corteccia avendo cura di non andare troppo in profondità per non danneggiare eccessivamente l’albero, ma di estrarre anche la polpa bianca dietro alla scorza superficiale;
  • Eliminate eventuali pezzi di polpa dal colore rosato, contengono quantità irrisorie di salicina.
  • I frammenti di corteccia vengono fatti bollire per una ventina di minuti in acqua, fino ad ottenere un colore rossastro;
  • Filtrare dai residui solidi il liquido ottenuto, e se possibile strizzare i residui in un filtro per spremere ogni goccia di liquido rimasto.
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La tragica vita di John Stith Pemberton, l’inventore della Coca-Cola

John Stith Pemberton, il genio dietro la creazione della Coca-Cola, ha vissuto una vita piena di conflitti e difficoltà. Il suo percorso è stato segnato da lotte personali e ostacoli professionali, dipingendo un quadro cupo dell’uomo dietro la famosissima bevanda.

Considerata una delle bibite più popolari del mondo, la storia della Coca-Cola è veramente affascinante, soprattutto considerando l’aspetto curioso legato alla dipendenza dalla morfina del suo creatore. John Stith Pemberton, con il suo background di farmacista, chimico e medico, ha lasciato un’impronta indelebile nel mondo delle bevande con la creazione di questa iconica bibita. La sua vicenda personale aggiunge un elemento di fascino e mistero alla storia di uno dei marchi più riconoscibili al mondo.

È da diverse generazioni che la Coca-Cola è una delle bibite più famose e mediatiche del pianeta. La sua origine risale al XIX secolo, quando il chimico e farmacista John Stith Pemberton inventò la miscela perfetta negli Stati Uniti, nello stato della Georgia. La bevanda è ancora oggi la più venduta del mondo.

John Stith Pemberton è nato l’8 luglio 1831 a Knoxville, in Georgia. Ha frequentato la scuola locale e si è laureato in medicina nel 1850 al Southern Botanical Medical College. A soli diciannove anni è diventato medico, combinando la medicina generale e la chirurgia con la sua vasta conoscenza chimica. Ha ottenuto anche il titolo di farmacista a Filadelfia. Pemberton era conosciuto come “medico dei bagni di vapore” poiché nei suoi trattamenti usava bagni di vapore, erbe e altri prodotti naturali.

Durante la Guerra di secessione, Pemberton si unì all’esercito confederato e fu gravemente ferito in battaglia. Dopo aver sviluppato una dipendenza dalla morfina per alleviare il dolore, mostrò grande determinazione nel combattere per superare questa sfida.

Tra il 1886 e il 1887, in Georgia, la vendita e il consumo di alcol furono proibiti. In quel periodo di crescita industriale, gli operai affaticati desideravano una bevanda stimolante per rendere meno pesante il loro duro lavoro. Questa esigenza avrebbe portato alla creazione della Coca-Cola, la bevanda perfetta per quel proposito.

Pemberton e il vino di coca

Verso la fine del conflitto Pemberton investì tutti i suoi risparmi nella ricerca e sviluppo di un sostituto della morfina. Inventò la sua prima bevanda, chiamata Dr. Tuggle’s Compound Syrup of Globe Flower, a base di Cephalanthus occidentalis, una pianta dai molteplici usi medicinali e potenzialmente tossica.

Il successo di Pemberton lo portò a trasferirsi ad Atlanta, dove sperimentò con foglie di coca masticate dagli indigeni andini e vino. Creò una ricetta contenente estratto di coca e damiana, chiamata French Wine Coca di Pemberton. Questo “vino” fu pubblicizzato come un miracolo medico, in grado di alleviare dipendenze, depressione e nevrastenia e, paradossalmente, alcolismo. Sebbene non abbia curato la dipendenza dell’inventore, divenne estremamente popolare.

Nel 1886, a causa di leggi restrittive sull’alcol, Pemberton creò una variante analcolica della sua bevanda, inizialmente per fini medici. Con l’aiuto di un farmacista, adattò la formula eliminando la damiana e sostituendola con la noce di cola, e il vino con uno sciroppo di zucchero. Per errore, aggiunse dell’acqua frizzante, trasformando la bevanda in una miscela vendibile nei locali di bibite frizzanti, gelati e panini.

Come nasce il logo Coca-cola

Fu uno dei soci di Pemberton, l’esperto di marketing Frank Mason Robinson, a pensare al nome e al logo della Coca-Cola. Robertson suggerì che l’etichetta della nuova bibita combinasse i nomi dei suoi ingredienti principali: foglie di coca e noci di cola (“Coca-Cola”). Per il logo, pensò di usare le due “C” maiuscole, che sarebbero state molto distintive, e scelse di usare la grafia Spencerian, che all’epoca era molto comune negli Stati Uniti. I primi acquisti di questa nuova bibita frizzante avvennero nella farmacia Jacob di Atlanta: costava cinque centesimi al bicchiere. Ma le cose non andarono come sperava Pemberton. I problemi finanziari legati alla sua dipendenza da morfina lo costrinsero a vendere, e addirittura a regalare, pezzi della sua impresa a diversi compratori.

La Coca-Cola fu venduta a Asa Griggs Candler nel 1888 per 2300 dollari, e la marca si espanse rapidamente. Joseph Biedenharn installò una macchina per imbottigliare la bibita nel suo locale nel marzo 1894, permettendo alle persone di gustarsela a casa.

John Stith Pemberton, l’inventore della miracolosa formula della Coca-Cola, non poté purtroppo beneficiare della sua creazione. Morì in povertà, ignaro del fatto che la sua invenzione sarebbe diventata la bibita più famosa di tutti i tempi. Il contenuto alcolico originale fu in seguito sostituito con un estratto non dannoso di noci di cola, dando il nome attuale alla bevanda. Quando l’uso della coca fu limitato a causa dell’estrazione di cocaina, l’alcaloide fu rimosso dagli estratti delle foglie di coca, mentre le noci di cola continuarono ad essere usate.

uno dei primi coupon della coca-cola
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Quali sono i sintomi della febbre da fieno?

La febbre da fieno, nota anche come rinite allergica stagionale, rappresenta un’esperienza estenuante per chi ne soffre. I sintomi includono starnuti incessanti, congestione nasale, secrezione nasale e prurito a naso, orecchie, gola e palato. In alcuni casi, questi sintomi possono evolvere in un’asma allergica. Spesso si manifesta anche una congiuntivite allergica, con occhi arrossati, gonfi, lacrimazione, prurito o bruciore agli occhi. La febbre da fieno può inoltre provocare stanchezza e irritabilità, rendendo difficile affrontare le attività quotidiane.

In alcuni casi meno frequenti, l’allergia al polline può provocare un’eruzione cutanea simile all’orticaria (prurito, chiazze rosse…). È comune che coloro che soffrono di allergie stagionali siano anche soggetti a eczema o asma, in quello che i medici definiscono “triade atopica”. Sono consapevole di quanto queste condizioni possano influenzare la qualità della vita quotidiana e spero che tu possa trovare sollievo attraverso le giuste cure e l’assistenza medica adeguata.

Cosa fare in caso di febbre da fieno?

La febbre da fieno è causata dall’allergia ai pollini presenti nell’aria. I sintomi variano a seconda del tipo di polline e possono manifestarsi in momenti diversi dell’anno. È importante monitorare le condizioni climatiche e le stagioni del polline nella propria area geografica per gestire questa sensibilità.

Su Internet è possibile trovare sia bollettini dei pollini che mappe polliniche che consentono alle persone allergiche di identificare i periodi più a rischio. Questo permette loro di adattare le proprie uscite, se possibile, anche se evitare completamente l’esposizione ai pollini può risultare difficile in quanto si diffondono nell’aria.

Tuttavia, alcune semplici misure possono aiutarti a limitare l’esposizione agli allergeni durante il periodo critico:

  • Evita di uscire quando si avvicina un temporale. Questo perché l’umidità dell’aria fa sì che i grani di polline si schiudano e rilascino le loro sostanze allergeniche.
  • Arieggia i locali dove soggiorni la mattina presto o la sera tardi, quando i pollini sono poco presenti (e l’inquinamento è minore), quindi tieni le finestre chiuse durante il giorno, quando le emissioni di polline sono maggiori.
  • Evita di asciugare i vestiti all’esternoperché il polline si deposita su di essi.
  • Spazzola o risciacqua i capelli ogni seradurante i periodi di alta esposizione ai pollini, per evitare di rimanere a contatto con i pollini per tutta la notte.

Prova con tutto il cuore ad applicare una piccola quantità di burro di karité sulle narici prima di uscire, per limitare la quantità di polline che entra nel naso.

Come trattare la febbre da fieno in modo naturale?

Poco prima dell’inizio della stagione dei pollini, inizia un trattamento di base assumendo da ½ a 1 cucchiaino di olio vegetale di Nigella una o due volte al giorno, come cura interna, e continua fino alla fine del periodo dell’allergia.

Inoltre, per le persone con un background allergico, può essere estremamente utile aumentare l’assunzione di omega-3. Questo acido grasso essenziale è spesso meno presente nella dieta rispetto agli omega-6, ma svolge un ruolo significativo nella regolazione dell’infiammazione e dell’immunità. Consumare olio vegetale di Perilla o olio di Camelina come trattamento (1 cucchiaino al giorno) o per condire insalate (senza riscaldarli) può essere un’ottima strategia per aumentare l’assunzione di omega-3.

Gli oli essenziali sono davvero utili per prevenire la febbre da fieno e per lenire le reazioni allergiche. Le sinergie menzionate, che si basano su **oli essenziali antiallergici, antinfiammatori e calmanti**, possono aiutare a contrastare la reazione eccessiva del corpo all'allergene.

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L’atomo

Con il termine atomo si indica la parte più poiccolo in cui si può suddivide un elemento senza che perde la sue proprietà caratteristiche. L’atomo si divide in particelle subatomiche più piccole , che possiamo immaginare come i mattoni con i quali sono coste gli atomi, cioè sono uguali per forma e struttura nei diversi elementi. 

Negli Atomi si distingue una regione centrale il nucleo, costituito da protoni , con carica positiva, e i neutroni, senza carica elettrica e una parte esterna nella quale si trovano gli elettroni, con carica negativa.

In un atomo gli elettroni ruotano intorno al centro(nucleo)  formato da particelle cariche positivamente e particelle neutre