
Lo speziale, diretto erede dei ‘rizotomi’ ed ‘erborarii’ , nonché dell’ ‘apothecarius’ dell’epoca romana, lo speziale era innanzitutto un maestro preparatore di medicine. La sua arte era suddivisa in quattro soggetti principali:
- la conoscenza dei medicamenti semplici, di origine minerale, vegetale o animale
- la conoscenza della migliore ‘elezione’, ovvero delle buone caratteristiche organolettiche, dei medicamenti semplici affinché da essi si traessero le migliori proprietà terapeutiche richieste
- la loro raccolta, conservazione e preparazione
- la ‘composizione’ ossia l’arte di mescolare i medicamenti semplici per ottenere i medicinali ‘composti’, e la loro corretta conservazione fino al momento della somministrazione.
L’attività dello speziale costituiva un vero e proprio universo: era un imprenditore, un artigiano e un mercante, allo stesso tempo.
Nella compravendita dei prodotti e delle materie prime egli affiancava alla cultura, l’esperienza nella tecnica farmaceutica e la conoscenza delle pratiche mercantili.
Sul piano sociale, la professione dello speziale era considerata una via di mezzo tra l’occupazione intellettuale (come quella del medico e del notaio) e le attività legate al commercio e artigianato.
Ad uno speziale si richiedeva, in genere, qualche anno di apprendistato in una bottega e l’esercizio dell’attività implicava un vasto patrimonio di conoscenze e una certa professionalità.
Gli speziali erano in genere paragonati ai medici: a Firenze, ad esempio, facevano parte della stessa corporazione che rappresentava una delle Arti Maggiori della città.
COME SI DIVENTA SPEZIALE?
In epoca alto medievale lo speziale aveva appreso la sua arte da un altro speziale che lo aveva accolto come discepolo nella sua bottega. Ne conseguiva che non sempre le ‘medicine’ erano preparate da individui competenti a sufficienza.
Uno dei documenti di una certa importanza è l’Ordinanza Medicinale emanata da Federico II intorno al 1240. Gli statuti degli speziali prescrivevano l’obbligo di iscrizione alla corporazione per tutti coloro che maneggiavano spezie e confezionavano medicinali, proibendo a chiunque di tenere a casa le materie prime utili per realizzare medicinali e medicamenti.
l’Arte degli speziali della Repubblica di Siena dette le sue regole per iscritto nel 1355 (Breve degli Speziali: Arch. di Stato di Siena, fondo Arti 132). Chi volesse esercitare la professione di Maestro speziale, ovvero conduttore di spezieria, dovesse essere esaminato da una commissione composta dai tre Rettori e dal Camarlengo dell’Arte, da tre speziali scelti uno per ciascun terziere della città, e da tre medici.
A Firenze i farmacisti costituivano il membro minore della potente corporazione dei medici e degli speziali. L’iscrizione all’albo richiedeva alcuni anni di tirocinio, l’approvazione dei Maestri dell’Arte (spesso un vero e proprio esame!), il giuramento di esercitare la professione bene e lealmente e il pagamento di una tassa alla corporazione. Una volta superato l’iter obbligatorio, lo speziale veniva dotato di un marchio con cui doveva sigillare i prodotti che uscivano dalla sua bottega.
A Siena , con un editto del Granduca Cosimo III de’ Medici del 1706, venne fatto obbligo a chi voleva esercitare la professione di speziale, ed essere ammesso all’Arte, di aver frequentato per almeno tre anni le lezioni di un ‘Semplicista’ presso lo ‘Studium’, cioè l’Università, e avere superato positivamente la sua valutazione finale.
DI CHE COSA SI OCCUPAVA UNO SPEZIALE?
Lo speziale svolgeva un’attività certamente molto articolata.
Nella Firenze del Tre-Quattrocento gli speziali rappresentavano una categoria moderatamente abbiente, con un tenore di vita discretamente alto; a Roma, negli stessi anni, molti speziali erano collegati alla curia pontificia ed erano anche banchieri, prestatori, commercianti all’ingrosso di preziose materie prime.
Nel XIV e nel XV secolo investivano i profitti in terre e in una svariata gamma di attività come l’acquisto di taverne, botteghe, macelli. società per la lavorazione del pellame e del cuoio, gestione di mulini e attività estrattive.
Gli Speziali, oltre a preparare essi stessi le medicine su prescrizione dei medici, vendevano le erbe, le droghe e le spezie necessarie alla preparazione dei medicinali, che i medici si volevano preparare da soli. Ma le ‘spezie’ erano usate anche per scopi alimentari. Per cui si deve credere che la bottega dello speziale fosse frequentata non solo da chi necessitava di medicine per gli infermi, ma anche da coloro che usavano le spezie per insaporire le loro vivande. Alcuni speziali si cimentavano poi nella preparazione di dolci ricchi di spezie come i biricuocoli e il panforte.
Gli speziali smerciavano anche profumi ed essenze e i colori per tintori e pittori. Vendevano inoltre la cera per le candele, il sapone, lo spago, la carta da scrivere e l’inchiostro.
Insomma, la bottega dello speziale era un po’ un insieme di farmacia, di profumeria, di pasticceria, di mesticheria e di cartoleria. Fatto sta che dalla vendita di tutte queste merci derivava grande prosperità economica per lo speziale ed il suo era considerato uno dei mestieri più redditizi.
La pratica farmaceutica non era la sola attività degli speziali e la maggior parte degli statuti corporativi cittadini, dal Trecento in poi, si preoccupava di definire dettagliatamente quali fossero i loro ambiti di competenza e i prodotti sui quali avevano l’esclusiva di vendita.
GARANTIRE LA QUALITÀ
Le disposizioni corporative di ogni città erano particolarmente preoccupate di tutelare la qualità dei prodotti. Si proibiva, così, di vendere, zafferano adulterato , cera di cattiva qualità, mescolata a grassi, oli e trementina, confetture contenenti amido o riso, e soprattutto medicinali contraffatti, pena aspre multe e il sequestro dei beni.
I medicinali – soprattutto teriache ( a base di oppio, usato anche come antidoto per il veleno), unguenti, lattovari (polveri a cui venivano aggiunti sciroppi o miele), cerotti, sciroppi – dovevano essere confezionati secondo quanto disposto dal Collegio dei Fisici o dai consoli degli speziali, e venire sigillati con il marchio della bottega che li aveva prodotti.
A Firenze e a Pistoia la corporazione esercitava un rigido controllo sulla qualità dei medicinali prevedendo che “veditori” o “saggiatori” facessero ispezioni periodiche, testandoli e verificando la condizione dei locali e delle scaffalature della farmacia.
Precauzioni venivano imposte per la produzione e la vendita dei veleni, che non potevano assolutamente essere consegnati a schiavi, a servitori o a ragazzi di età inferiore ai venti anni o a prostitute.
Potevano essere vendute solo dal maestro speziale o dal capo dell’officina e sempre dietro prescrizione medica.
Vi erano anche specifiche norme per evitare frodi legati ai pesi e alle misure. I “taratori” controllavano periodicamente la precisione delle bilance, le taravano alle bilance di riferimento della corporazione e queste tarate su quelle del Comune.
Anche l’ubicazione dei locali della farmacia aveva una grande importanza nel garantire la buona preparazione dei prodotti e la loro conservazione.
Preparare unguenti, sciroppi, medicinali, creme di bellezza, richiedeva una particolare attenzione sia dal punto di vista igienico, della pulizia , della ampiezza, luminosità ed areazione.
Nelle vicinanze non dovevano esserci esercizi commerciali come tintorie, macellerie e concerie.

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